domenica 8 gennaio 2012

SIRIA: Intervista al vescovo di Aleppo


Si tratta di un subdolo neocolonialismo che si serve dell’appoggio dei media per convincere l’opinione pubblica circa la sua presunta liceità.
Così ha risposto monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo della città siriana di Aleppo, a un inviato italiano che gli chiedeva se è vero che i cristiani siriani appoggiano il regime.

Un concetto ragionevole quello espresso dal presule, che smorza ogni ambiguità e tranello - frutti della retorica occidentale anti-Assad - che la domanda del giornalista che l’ha intervistato porta in dote. Come a dire: non ho problemi a rispondervi diversamente da quanto vi aspettereste, poiché qui in Siria la realtà è ben lungi da quanto traspare da voi, in Occidente, dove meccanismi mediatici partigiani filtrano le notizie al fine di rendere giustificato presso l’opinione pubblica l’atteggiamento ostruzionista atlantico all’indirizzo di Assad
e del suo governo. In effetti, per capire cosa sta accadendo in Siria e quello che potrebbe scaturire da uno sconsiderato attacco militare statunitense, è necessario rivolgere l’attenzione altrove rispetto ai media di massa, approfondendo dinamiche politiche, ma prima ancora storiche e religiose, che fanno di questo Paese mediorientale un armonioso mosaico di genti. Mosaico sorretto - è bene ricordarlo - dal regime baathista che, come ha detto il vescovo caldeo di Aleppo, si è sempre contraddistinto per tolleranza nei confronti di ogni realtà confessionale presente nel territorio. Deporre un regime - per giunta al prezzo di un bagno di sangue di proporzioni ad oggi imprevedibili - che garantisce a un popolo così eterogeneo dal punto di vista religioso simili libertà, significa oltraggiare l’armonia di questo mosaico e sostituirla con il caos e i patimenti delle violenze interconfessionali.

Del resto, nel confinante Iraq c’è uno scenario geopolitico che aleggia nella mente della minoranza religiosa siriana come un inquietante spettro. Già nel 2007, a quattro anni dall’inizio dell’intervento militare americano in Iraq, il direttore della Biblioteque Spirituelle di Aleppo, Pierre Masri, confidava alla stampa europea: “Dai fratelli fuggiti dall’Iraq i cristiani di qui hanno ascoltato storie terribili, un abisso di ferocia che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato. E tutti vedono bene che i fattori all’opera nello scenario iracheno prima della guerra sono presenti anche nell’attuale situazione siriana. Anche qui ci sono sunniti, alawiti, sciiti, curdi. Anche qui ci sono indizi di infezione integralista finora tenuta a bada dagli apparati di sicurezza. Anche qui c’è una leadership politica da sempre nel mirino degli Stati Uniti”.

Non devono stupire le parole di Pierre Masri, perché la Siria, dalla cacciata degli ottomani in poi, garantisce accoglienza ai cristiani perseguitati in altri Stati della regione mediorientale. Già nel lontano 1915 la Siria operò da rifugio per gli armeni che fuggivano dal genocidio perpetrato loro dai Giovani Turchi in Anatolia, di nuovo negli anni ’30 a trovar riparo in Siria furono i cristiani assiri dell’Iraq, perseguitati dal loro Stato appena resosi indipendente dal protettorato britannico. La natura laica della Siria si rafforzò nel 1970, quando sulle ali di un entusiasmo panarabo secolarizzante prese il potere il generale Hafez el-Assad, leader del partito socialista e nazionale Baath. La politica che il nuovo regime adottò fu sin da subito basata sulla lotta ad ogni discriminazione religiosa, in nome di un’esaltazione dell’identità siriano-araba come criterio fondante dell’unità nazionale. In questo senso è utile rammentare che la Costituzione della Siria - unica tra quelle dei Paesi arabi - non definisce l’islam religione di Stato.

Con la successione al potere di Bashar, figlio di Hafez el-Assad, la situazione non è mutata: i cristiani siriani non conoscono restrizioni ai loro culti (Messe, processioni, pellegrinaggi) e neanche alle loro attività (scuole, catechismi, convegni, colonie estive, associazionismi giovanili), inoltre le solennità cristiane di Natale e Pasqua - sia cattolica che ortodossa - sono giorni festivi per tutto il Paese. Lo Stato consente alla chiesa di essere esentata dal pagamento dei servizi pubblici, addirittura i materiali per il restauro degli edifici religiosi vengono forniti a prezzo di costo (cose da mandare ai matti i radicali e tutto lo stuolo anti-clericale che gli va dietro qui in Italia).

Paradossale che possa venir insidiato in nome dei “diritti umani” un tale contesto di ordine e tolleranza, dove le culture si incontrano e danno vita ad un affascinante caleidoscopio religioso. Oltremodo curioso che proprio gli alfieri dei “valori occidentali”, gli Stati Uniti, abbiano iscritto - già dai tempi di George W. Bush - il regime di Damasco (come abbiamo visto un rifugio sicuro per tutti i cristiani dell’area mediorientale) nel cosiddetto “asse del male”. La Siria, già oggi lacerata da violenze fomentate da agenti stranieri in veste di provocatori, dopo un futuro attacco americano si trasformerebbe in una polveriera interconfessionale difficilmente disinnescabile, come il vicino Iraq e come - recenti fatti purtroppo insegnano - quei Paesi reduci dalla “primavera araba”.

Evidentemente, dietro la patina mediatica delle “operazioni umanitarie” cova quell’antica brama egemonica occidentale che si alimenta mediante il sempreverde sistema del divide et impera. Il cinico obiettivo di Stati Uniti ed alleati sembra proprio essere quello di destabilizzare la regione araba fomentando scontri intestini tali da creare vuoti di potere da dover occupare. Si tratta nient’altro che di un subdolo neocolonialismo che si serve dell’appoggio dei media per convincere l’opinione pubblica circa la sua presunta liceità. La Siria, con l’importante componente cristiana della cui sicurezza non interessa nulla ai paladini dei “valori occidentali”, è solo un tassello di questo scacchiere. “Se dobbiamo scegliere tra la democrazia e la vita, scegliamo la vita”. Anno Domini 2007, Pierre Masri dixit.

Assalto alla Siria

Il prossimo obiettivo dovrebbe essere la Siria, nel mirino da anni (vedi Assalto alla Siria, in questa Rubrica, ottobre 2005). Qui la situazione si presenta anche più facile per la Nato, dal punto di vista interno, perché il regime di Bashar el Assad conta sì anch’esso un notevole consenso (degli alawiti- sciiti, di laici e cristiani) ma non della maggioranza (sunnita), e quel consenso è andato certamente eroso dalla repressione. Anche in questo caso naturalmente è stata spesa la storiella del tiranno violento che reprime la rivolta pacifica del suo popolo – non è mai stata pacifica- ma è vero che lo scontro, inizialmente, è stato impari e che la maggior parte delle vittime si sono contate tra le file degli insorti. Da tempo però la situazione sul terreno si è riequilibrata per l’ingente afflusso di armi, addestratori ed unità speciali francesi, inglesi, statunitensi, qatariane ed arabe, fino al recente ingresso di milizie qaediste libiche per centinaia di unità; e la formazione del cosiddetto Esercito libero, rinforzato da disertori, che ha condotto omicidi più o meno mirati ed azioni militari anche vistose, quali l’assalto alla base dei servizi lealisti ed altri attacchi ai palazzi del potere. Guido Olimpio, fra gli altri, ammette che la Siria sta diventando "l’obiettivo di tre azioni concertate. 1) Una guerra segreta condotta da 007 stranieri in appoggio all’Esercito libero composto da disertori. 2) Una guerriglia strisciante portata avanti dagli oppositori. 3) Una pressione diplomatica continua che fa perno sulle sanzioni economiche" ed aggiunge che "la task force segreta avrebbe un centro di comando nella località turca di Iskenderun", la qual cosa conferma il ruolo attivo svolto dalla Turchia, che ha inoltre accolto riunioni politiche degli oppositori e si è attivata sul fronte delle sanzioni. Non la brutale repressione di un tiranno cattivo contro un popolo inerme, dunque, ma una guerra civile con tutti i crismi, con l’aggiunta dell’intervento esterno di più potenze alleate contro il governo siriano a sostegno delle fazioni che lo vogliono rovesciare.
Più che riequilibrarsi, la situazione si è rovesciata, il rapporto di forza ribaltato. La debolezza di Damasco è risultata evidente dalla risoluzione della Lega araba che, con soli 2 voti contrari, ha decretato la sospensione della Siria – un fatto senza precedenti- finché essa non ottempererà al "piano per la cessazione delle violenze" mediante il ritiro dei mezzi militari dalle città, il rilascio di tutti i prigionieri politici, l’accoglienza di "osservatori" (agenti dei servizi in realtà) incaricati di verificare sul terreno il "rispetto dei diritti umani" . Par di capire che le violenze devono cessare da una parte sola, quella governativa. Diversamente, alla sospensione si aggiungeranno le sanzioni già varate, quali la sospensione dei voli commerciali. Composte in qualche modo le notevoli divergenze fra gli oppositori, s’è formato poi il Cns, Consiglio nazionale siriano che, pur non comprendendo tutte le fazioni, è stato già riconosciuto il 23 novembre come "interlocutore legittimo" dal governo di Parigi, per voce del ministro Juppé, secondo il copione sperimentato con il Cnt libico. Così accreditato, come l’omologo libico, il Cns ha alzato la posta chiedendo all’Onu l’adozione della "no fly zone", premessa per l’intervento militare. "Umanitario" come quello contro la Libia, s’immagina. Alcuni giorni fa Le Canard Enchainé, sulla base di fonti anonime del ministero della Difesa francese - che evidentemente ha deciso di divulgarlo- ha rivelato un piano militare della Nato, che sarà realizzato in una prima fase da forze francesi e britanniche, a partire da postazioni turche.
L’ostacolo principale all’intervento militare contro la Siria, finora, è l’ostilità delle potenze asiatiche. Vero che tale ostilità era stata dichiarata anche verso l’intervento contro Tripoli: la cui difesa per altro interessava assai meno alle potenze del patto di Shangai rispetto a quella di Damasco. Probabilmente la politica gheddafiana di unità africana infastidiva anche loro, urtandone l’espansionismo nel continente nero: su questo punto cito ancora Sensini, secondo il quale sono stati prevalentemente i progetti di moneta unica africana e fondo monetario africano a scatenare contro Gheddafi le potenze colonialiste, principalmente Usa e Francia. E’ probabile che stavolta, invece, Russia e Cina metterebbero davvero il veto all’intervento contro la Siria, costringendo gli interventisti a rinunciare alla "foglia di fico" dell’Onu. Non penso invece che le velleità interventiste siano raffreddate più di tanto dall’assenza di petrolio od altre ingenti ricchezze da rubare, come ha suggerito qualcuno. L’obiettivo altrettanto ghiotto, realizzabile col rovesciamento di Assad, è quello di scardinare l’alleanza Damasco- Teheran- Hezbollah, freno ai piani dell’asse Washington- Tel Aviv- Bruxelles e dei regimi arabi sunniti al carro.
Il nodo centrale resta Teheran, la più forte ed antica ossessione dell’asse predetto, ben deciso a mantenere il monopolio del nucleare nelle mani di Tel Aviv ed a rovesciare la Repubblica islamica, il principale ostacolo al suo dominio nella regione. I timori, più che fondati, delle conseguenze militari, politiche ed economiche di una guerra convenzionale hanno indotto gli alleati di ferro, finora, ad optare per una "guerra a bassa intensità". Una guerra fatta di tentativi di delegittimazione, assassinii di scienziati nucleari iraniani, attacchi informatici (come il virus Stuxnet, che ha mandato in tilt per mesi le centrali iraniane), appoggio a gruppi terroristici quali i Mujaheddin del popolo e gli Jundullah del Belucistan, specializzati in stragi nelle moschee sciite. E ancora sanzioni economiche, proclami bellicosi, continue "rivelazioni" di piani d’attacco militare, divulgati scientemente (vedi in questa Rubrica Ingerenze democratiche (per ora fallite) in Iran; Un mondo senza nucleare (iraniano); Monopolio nucleare e venti di guerra, rispettivam. luglio 2009, ottobre 2009, giugno 2010). Veniamo alle ultime attività, per così chiamarle, dell’asse guerrafondaio. Le esercitazioni militari appena tenute a Tel Aviv e, grazie al servilismo italiano, nella base sarda di Decimomannu (Vega 2011) sono state svolte in preparazione dell’attacco, la seconda più propriamente è stata una simulazione dell’attacco a distanza condotto con 6 squadroni israeliani, Eurofighters italiani e Tornado tedeschi (v. La Stampa 2 novembre; Manlio Dinucci sul Manifesto 4 novembre 2011). Intanto Ehud Barak, Shimon Peres e Benjamin Netanyahu annunciavano (5 novembre) che tale attacco "si fa sempre più vicino, giorno dopo giorno" ed il Guardian informava (2 novembre) che la Gran Bretagna si sta preparando a sua volta ad appoggiare "un’azione militare mirata" contro l’Iran. L’8 novembre le pressioni di Us-Israele sull’Aiea, attualmente a direzione giapponese, hanno partorito un rapporto di sostanziale accusa verso Teheran circa il programma nucleare, benché ambiguo e privo di riscontri concreti, comunque pretesto per legittimare in qualche modo l’aggressione. A fine ottobre la Radio iraniana (v. http//italian.irib.ir, 27 ottobre) denunciava: "Scandaloso ma assolutamente ufficiale: gli esperti militari Usa, convocati dal Congresso, hanno annunciato che ‘l’eliminazione selettiva delle autorità iraniane ’ è la strategia da seguire per contrastare l’Iran", e proposto in particolare di "prendere di mira tramite attacchi terroristici soprattutto i comandanti dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione islamica".
Detto fatto, si direbbe. Il 12 novembre, l’esplosione a Malard di una base dei Pasdaran ha ucciso 17 Guardiani della Rivoluzione e fra essi il responsabile dell’unità di sperimentazione Moqaddam, al quale andrebbero riferiti i perfezionamenti del missile Shahab, capace, secondo gli esperti, di raggiungere Israele e le coste meridionali dell’Italia. Il 28 novembre, una seconda esplosione ha colpito Isfahan, sede di impianti nucleari e militari. Il "Time", seguito da altre fonti occidentali, ha attribuito l’attacco di Malard al Mossad, citando le solite fonti anonime dei servizi. "Più esplosioni ci sono di questo genere, meglio è", ha provocato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. "Ci sono diverse coincidenze in queste esplosioni – ha rincarato il vice ministro Dan Meridor- Le guida una specie di mano, forse la mano di Dio". Tipico dei sionisti e del Mossad far capire, senza confermare né smentire, le azioni attribuitegli lasciando "un’ombra di mistero" attorno ad esse (v. Eric Salerno, Mossad base Italia, Il Saggiatore 2010). Per contro, nonostante la denuncia di poche settimane prima, Teheran ha optato per la versione degli incidenti non raccogliendo la provocazione. S’immagina perché, se lo facesse, dovrebbe reagire militarmente ed apparire così il primo attaccante, posto che una rivendicazione vera e propria degli attentati non c’è. La reazione iraniana è stata politica, con l’assedio di migliaia di giovani all’ambasciata britannica e la devastazione dei locali (alla condanna dell’azione da parte del governo iraniano non crede quasi nessuno), cui sono seguite le reciproche espulsioni dei diplomatici tipiche dei conflitti in fase avanzata. L’ultimo - per chi scrive questa nota - atto è del 4 dicembre, con l’abbattimento del drone- spia americano Sentinel RQ170 in missione nei cieli iraniani (smarrito in quelli afgani, secondo la versione di Washington, credibile quanto quella iraniana della precedente parentesi). Dunque la "guerra non convenzionale" o "a bassa intensità" ha imboccato l’escalation e pare senza ritorno. Se riflettiamo sul precedente più notevole, la c.d. Guerra fredda (ed ai suoi 20 milioni di morti) la cosa più misteriosa da sviscerare è l’indifferenza con la quale i popoli europei reagiscono a queste notizie. Segnatamente quello italiano visto che il nostro paese, grazie alla sua disgraziata classe dirigente al completo, è impelagato fino al collo. Tranne gli antimperialisti, che si sono da tempo attivizzati, ed altre poche voci indipendenti dell’informazione, non si muove una foglia. Ignoranza, assuefazione, impotenza, condivisione? Forse il popolo italiano si sveglierà quando gli cascherà qualche Shabab sulla testa.

Con la Siria e il suo presidente Bashar al-Assad

Una delle poche cose dell'anno appena passato di cui vado fiero è di aver partecipato ad alcune manifestazioni in favore del presidente siriano Bashar Al-Assad che tanto la NATO che gli estremisti islamici vorrebbero rovesciare. Qui di seguito alcune info sulla Siria.

-La netta maggioranza dei siriani è scherata sol suo presidente Bashar Al Assad.
-Le immagini mostrate di rivolte contro Assad, sono in realtà immagini di rivolte avvenute nello Yemen e non in Siria.
-Proprio quando Bashar Al-Assad è andato al potere nel 2000 ha posto fine al monopartitismo.
-Il presidente siriano Bashar Al-Assad appartiene alla setta minoritaria degli alawiti e quindi inviso agli estremisti islamici che vorrebbero fare della Siria uno stato religioso.
-Le feste nazionali siriane comprendono sia ricorrenze musulmane che cattoliche e ortodosse.
-In Siria ci sono 53 gruppi etnici e religiosi, tutti con uguali diritti.
-In Siria vige il socialismo e quindi l'acqua, il gas, l'elettricità, i trasporti, la sanità e l'istruizione sono gratuiti o per lo meno poco costosi.
-dall'inizio della crisi oltre 3000 militari, agenti delle forze dell'ordine e civili sono stati uccisi e torturati dalle bande armate.
-Siriani di fede cristiana, insieme ai massimi rappresentanti delle Chiese Cattoliche e Ortodosse presenti sul territori siriano, si sono schierati a favore del governo contro i ribelli armati.
-Alcuni canali satellitari stanno lasciano ampio spazio a dichiarazioni - come quelle di Al Qaradawi, tra le massime autorità religiose musulmane, e Adnar Arrour- che istigano all'odio e alle divisioni religiose in Siria, affermando che l'unica soluzione è uccidere un terzo dei siriani, ovvero tutte le minoranze religiose, per far vivere bene gli altri due terzi e che simili slogan vengono ripresi nella manifestazione di piazza.
-La presenza sul territorio siriano di bande armate e pericolose è stata accertata, oltre che da testimoni siriani e dagli stessi oppositori, anche dall'ambasciatore degli Stati Uniti, da agenzie di stampa americane, turche, libanesi e francesi.
-Le famiglie dei ragazzini diventati, loro malgrado, simboli delle rivolte, hanno ufficialmente negato che i loro figli siano stati uccisi dai militari.
-Molte famiglie di profughi siriani in Turchia sono rientrate in Siria e altri che vorrebbero tornare alla loro case, non possono perché il governo turco li tratta da reclusi, ha requisito loro i documenti e violentato 400 donne.
-Le notizie riportata dai giornali sono spesso non verificate e infondate.
-Molti dei filmati e delle immagini diffuse da Al-Jazeera, Al-Arabiya e Reuters, le più importanti fonti per i nostri media, sono falsi e diverse reti televisive internazionali si sono scusate ufficialmente più volte.
-Meno del 5% delle testimonianze presenti sui social network proviene dalla Siria e che la maggior parte proviene da Europa e USA.
-Quando sono cominciate le agitazioni i partiti d'opposizione (il Partito Comunista Siriano e il Partito Social Nazionalista Siriano) si sono schierati con il Governo contro i terroristi.
-I Siriani stessi che vorrebbero riforme e una modernizzazione del loro paese, sono contrari a qualsiasi ingerenza esterna, in difesa del loro Stato libero e indipendente.

Gli ultimi dieci giorni di Assad?


Da mesi, ormai, giornali e diplomazie di tutto il mondo non fanno altro che aspettare la caduta di Bashar Assad, annunciando un giorno sì e l’altro pure che ci siamo quasi. Eppure, dopo i primi venerdì di protesta della scorsa primavera, il racconto della crisi siriana si è ridotto a un bollettino giornaliero di manifestazioni di piazza represse nel sangue e computo dei morti fornito dalle opposizioni. Col tempo, sono aumentate le defezioni dalle Forze armate (i disertori si sono poi uniti sotto la bandiera della Free Syrian Army). Nelle ultime settimane, però, le file dell’esercito si sono sfaldate sempre più velocemente, come dimostra il passaggio di intere brigate nelle forze ribelli. Lo fanno palesemente, pubblicando su YouTube video in cui non hanno paura di mostrarsi a volto scoperto e di mettere a favore di telecamera il proprio tesserino militare. E’ un segno che qualcosa di grosso inizia a sgretolarsi nell’apparente solidità del regime.
Circolano sempre più insistentemente voci di accordi che una dozzina di capi villaggio alawiti avrebbe stretto con le milizie ribelli per garantirsi l’immunità una volta caduto Assad. In cambio, gli alawiti si sarebbero impegnati a non denunciare gli insorti alle autorità. Se il rais non può contare più neppure sul suo fedelissimo clan le cose si mettono per lui davvero male. Lo conferma anche un’altra notizia, riportata dal sito debka.com:  Assad avrebbe ordinato la costruzione di una vera e propria fortezza per sé e per i suoi fedelissimi sulle montagne di al Ansariyyah, una zona fitta di boschi in prossimità della costa mediterranea nel nord-ovest del paese. Fonti d’intelligence riportano che da settimane ingegneri, militari e operai sarebbero impegnati a costruire accampamenti, tunnel e bunker tra i monti della Siria settentrionale. L’intero perimetro sarebbe circondato da carri armati e batterie anti aeree. Tutto è pronto per consegnare al presidente siriano un ultimo e disperato rifugio, qualora il clima a Damasco dovesse peggiorare drasticamente. Che siano iniziati gli ultimi dieci giorni di Assad e non ce ne siamo accorti?

La rivolta in Siria -La crisi in Siria e la sua storia



La Siria è palesemente in crisi: da Daraa le manifestazioni si sono estese all’area curda del nordest, all’area costale di Latakia e  fino alle roccaforti sunnite di Homs e Aleppo e alla periferia di Damasco. Di fronte alle difficoltà, il regime ha annunciato nuove riforme a parole, ma nei fatti ha fatto ricorso al consueto pugno di ferro per schiacciare le proteste arrestando e ammazzando centinaia di manifestanti, tagliando acqua ed elettricità alle zone più ‘calde’ e dimostrando di essere pronto a tutto per restare al potere.
Tuttavia la crisi non ha ancora raggiunto un livello tale da far pensare all’imminente fine del regime siriano.
Il regime siriano si regge su quattro pilastri:
1)   il clan Assad;
2)   l’unità Alawita;
3)   il controllo Alawita sulle forze di sicurezza e sui servizi segreti;
4)   il monopolio del partito Ba’ath sul sistema politico.
L’ascesa degli Alawiti
Si stima che tre quarti della popolazione siriana (circa 22 milioni) sia sunnita – compresa la minoranza curda del nordest. La Siria – proprio come il Libano – si guarda bene dal condurre censimenti per non alimentare il malcontento nella popolazione, quindi è difficile determinare quanto sia cresciuta la minoranza alawita: secondo alcune stime dovrebbe contare circa 1,5 milioni di persone,  il 7% della popolazione.  Sciiti e Ismaeliti si aggirano intorno al 6%, i Cristiani greco-ortodossi e maroniti attorno  al 10% e i Drusi attorno al 3%.
Dal 1970 la Siria è controllata dalla minoranza alawita, considerata eretica dalla maggior parte dei Musulmani perché non applica la sharia e non segue le più comuni pratiche islamiche – come la chiamata islamica alla preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca, il divieto di bere alcolici, etc. Gli Alawiti sono stati spesso considerati  vicini agli Sciiti, ma in verità hanno molti tratti comuni con i Cristiani,  oltre che con Sunniti e Sciiti. La religione alawita si staccò dallo sciismo duodecimano nel IX secolo sotto la guida di Ibn Nusayr (per questa ragione gli alawiti si chiamavano nussairiti fino al 1920).
Ali Alawiti sono sempre stati divisi in tribù, spesso in lotta fra loro, concentrate per lo più nella provincia di Latakia, nell’unico lembo di terra che ha accesso al mare – per questo i Sunniti si sono sempre opposti all’indipendenza alawita (...).
Perseguitati dai Sunniti, gli Alawiti nel Medioevo si rifugiarono sui monti della Siria nordoccidentale, dove mantennero un’autonomia precaria. In epoca ottomana erano soliti vivere nelle campagne impoverite, mentre i Sunniti vivevano principalmente nei centri urbani e gestivano il potere politico. Con il crollo dell’Impero Ottomano e l’istituzione del Mandato Francese (1920-1946) sull’area dell’attuale Siria e Libano, la Francia decise di puntare su Alawiti, Drusi e Cristiani per arginare il potere dei Sunniti e mantenere il controllo della regione.
Sotto il dominio francese per la prima volta agli Alawiti venne concesso di arruolarsi nell’esercito, nella polizia e nei servizi segreti, fino a quel momento privilegio della maggioranza sunnita. Dopo l’indipendenza della Siria (1946) i Sunniti si riappropriarono del potere e tentarono di estromettere le minoranze dalle istituzioni dello stato. Ma sottovalutarono il ruolo che gli Alawiti ricoprivano ormai all’interno dell’esercito e dei servizi segreti.
Ma la svolta decisiva si ebbe  con la nascita del partito Ba’ath (Partito Arabo Socialista) nel 1947. Gli Alawiti, discriminati da secoli, abbracciarono immediatamente l’ideologia laico-socialista del partito, sperando di riscattare la loro posizione. I Sunniti invece si divisero fra i favorevoli al programma socialista laico e gli islamisti che ne contestavano i principi.
Nel 1963 il generale sunnita Hamin al-Hafiz depose con un colpo di stato gli ufficiali sunniti ostili al Ba’ath, sgombrando così la strada agli Alawiti, che occuparono i ranghi più alti dell’esercito, e poi compirono un altro colpo di stato nel 1966. Su incoraggiamento del Ba’ath gli Alawiti si spostarono allora in massa verso i centri urbani mettendo fine alla contrapposizione città-campagna dei secoli precedenti.
Fu solo nel 1970 – dopo una serie di colpi di stato messi in atto da clan rivali alawiti– che emerse la figura di Hafiz al-Assad (padre dell’attuale Bashar al-Assad),  il quale seppe riportare l’equilibrio in Siria.  Al Assad nominò ai vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza i suoi più fedeli collaboratori, costruì importanti e solide alleanze con le minoranze drusa e cristiana, e seppe anche cooptare importanti ufficiali e industriali sunniti per proteggersi le spalle.  Si mostrò  intollerante invece nei confronti degli islamisti – in particolare con i Fratelli Musulmani – che si ostinavano a ribellarsi al regime – come dimostra il massacro di Hama del 1982, in cui morirono circa 20.000 persone.
Oltre alla minaccia islamista Hafiz al Assad dovette affrontare anche la minaccia interna del fratello Rifaat che, approfittando dei problemi di salute di Hafiz, tentò di organizzare un colpo di stato per impadronirsi del potere. Immediatamente scoperto, venne mandato in esilio a Parigi. Basil al Assad, figlio e successore designato di Hafiz , morì in un incidente stradale nel 1994; perciò nel 2000, alla morte di Hafiz al Assad, il potere passò nelle mani del figlio cadetto Bashar, studente di oftalmologia di scarsa esperienza politica.
Il regime degli Assad sopravvisse a diversi ‘traumi’, fra cui la guerra dello Yom Kippur del 1973, l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e il ritiro forzato della Siria dal Libano nel 2005.  L’intervento a fianco dei Cristiani maroniti durante la guerra civile libanese (1975-1990) permise alla Siria una sempre maggiore influenza sul Libano.  Dal punto di vista della Siria  il Libano non è solo un’estensione naturale del proprio territorio, ma  anche il cuore economico della ‘Grande Siria’, tramite cui Damasco può avere accesso al mare e ai ricchi commerci fra l’oriente e il bacino del Mediterraneo. 
Gli interessi strategici siriani e l’alleanza con l’Iran
La Siria approfittò della guerra civile libanese (1975-1990) per infiltrarsi in Libano. Dovette fare i conti non solo con Israele, ma anche con l’OLP capeggiata da Yasser Arafat, che si opponeva all’egemonia siriana in Libano. 
 
All’inizio degli anni ‘80 la Siria aveva interesse a ridimensionare il potere del regime baathista di Saddam Hussein in Iraq, con cui intratteneva pessime relazioni nonostante  i simili ideali baatisti.  Per questo si avvicinò all’Iran, che avrebbe fatto qualunque cosa pur di indebolire Saddam,  contro cui combattè una lunga guerra (1980-88). Unendo le forze Siria e Iran estesero la loro influenza nella regione, contrastando in maniera efficace sia Israele sia le potenze sunnite.
 
Ma come conciliare il secolarismo della Siria e il fanatismo religioso della Repubblica Islamica? Qui entra in gioco Hezbollah. Nato dal movimento Amal (allora il principale movimento sciita siriano), divenne rapidamente un importante alleato strategico di Damasco e di Teheran. La Siria poteva servirsene come arma di pressione contro Israele mentre la Repubblica Islamica poteva usarla per esportare la rivoluzione nel mondo arabo sunnita. Iran e Siria si divisero i compiti:
·      le Guardie della Rivoluzione iraniane si sarebbero occupate di addestrare e finanziare i miliziani di Hezbollah;
·      la Siria avrebbe creato le condizioni per permettere alle Guardie della Rivoluzione iraniane di aprire campi d’addestramento nella valle del Bekaa e garantire il flusso dei rifornimenti attraverso il proprio territorio.
 
Ma la Siria ed Hezbollah ebbero anche una serie di diverbi a partire dai primi anni ’80, quando il movimento sciita, su ordine di Teheran, alzò il tiro provocando l’intervento straniero in Libano (considerato da Damasco territorio siriano). Damasco voleva che Hezbollah obbedisse ai suoi ordini. Di fronte al rifiuto prese anche misure drastiche: tant’è che nel 1987 fucilò 23 dei suoi membri.
 
2005: la Siria in difficoltà
 
Nel 2000, grazie all’aiuto di Siria e Iran, Hezbollah riuscì a spingere Israele al ritiro dalla zona di sicurezza del Libano meridionale, mostrandosi attore autorevole sulla scena politica libanese.
L’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 fu accolta benevolmente da Iran e Siria, che potevano finalmente sbarazzarsi del principale rivale regionale: Saddam Hussein. Da allora  l’Iran ha usato tutti i mezzi a disposizione per consolidare l’egemonia sull’Iraq – paese a maggioranza sciita. La Siria invece ha accolto i baathisti sunniti iracheni nella speranza di ingraziarsi le forze laiche che presumibilmente avrebbero governato il paese dopo Saddam.
 
Il 14 marzo 2005 l’esplosione di un’autobomba uccise l’ex primo ministro libanese Rafik-al-Hariri, strenuo oppositore della Siria.  L’attentato fu probabilmente organizzato da elementi sei servizi segreti siriani ed eseguito da agenti di Hezbollah. Damasco forse non si aspettava che l’eliminazione di al-Hariri avrebbe scatenato una rivolta massiccia – appoggiata anche da paesi occidentali come Francia e USA – che l’avrebbe obbligata a ritirare le truppe dal Libano.
 
Il vuoto lasciato dalla Siria in Libano fu immediatamente riempito dall’Iran, che aveva interesse a rafforzare Hezbollah e a scatenare una guerra con Israele per distogliere l’attenzione dal suo programma nucleare – come avvenne infatti nel 2006.
 
Negli ultimi due anni la Siria è passata di nuovo all’offensiva in Libano: i servizi segreti siriani hanno infiltrato tutte le istituzioni del paese e i politici libanesi che in passato hanno osato schierarsi contro Damasco sono stati costretti a chiedere scusa.  Persino Saad al-Hariri, figlio di Rafik al-Hariri, si è scusato per aver accusato la Siria dell’omicidio del padre.  
 
L’Iran e Hezbollah non sono affatto contenti di questa situazione.  Damasco infatti sfrutta la propria autorità in Libano per diversificare le proprie opzioni in politica estera e non essere obbligata a legarsi in modo esclusivo  a Teheran.

Gli obiettivi strategici della Siria
 
All’inizio degli anni ’80 la Siria voleva:
·      acquisire profondità strategica in Libano (obiettivo raggiunto);
·      eliminare Saddam Hussein (obiettivo raggiunto);
·      rimuovere gli ostacoli che limitavano l’estendersi dell’influenza siriana in Libano.
 
Negli anni ’70 il principale ostacolo all’influenza siriana in Libano era l’OLP di Arafat, oggi invece sono Hezbollah e la Repubblica Islamica. Hezbollah però dipende in larga parte dai rifornimenti siriani, e anche i suoi sistemi di comunicazione sono parzialmente controllati dai servizi segreti della Siria.  Per contenere Hezbollah Damasco appoggia ora altri movimenti: Amal, il Syrian Social Nationalist Party, al-Ahbash, i Nesseriti, il partito Baath e il Mirada di Suleiman Franjiye.
La rivalità fra Iran e Siria non è circoscritta al Libano, si estende anche all’Iraq, paese che confina sia con la Siria che con l’Iran. Damasco vorrebbe un governo laico (composto da ex baathisti) a Baghdad e teme che l’Iraq diventi un satellite della Repubblica Islamica (come pare stia avvenendo).
 
La Siria continua a fare il doppio gioco: mette freni a Hezbollah per rabbonire gli Stati Uniti e ottenere l’assenso occidentale a espandersi in Libano; allo stesso tempo incontra regolarmente gli emissari di Teheran e di Hezbollah per mostrare fedele collaborazione. Ma questo delicato equilibrio inizia a scricchiolare, e la fiducia fra i tre alleati sta venendo meno.
 
Gli USA hanno grande bisogno dell’aiuto delle Siria per ostacolare l’espansionismo iraniano nella regione, ora che intendono ritirarsi dall’Iraq. Colloqui segreti sono in corso da lungo tempo fra Siriani, Sauditi, Americani e Israeliani. Questi però sono esasperati dall’atteggiamento mercantilista della Siria, che cerca di ottenere il massimo da tutti offrendo poco o nulla in cambio.
L’attuale crisi: che cosa dobbiamo aspettarci?
L’esercito siriano è tuttora dominato dagli Alawiti: dei 200.000 soldati di professione, il 70% è alawita, così come l’80% degli alti ufficiali. La Guardia Repubblicana – il corpo più elitario del paese – è totalmente alawita, mentre dei tre battaglioni di terra, due sono guidati da Alawiti e uno dai Circassi sunniti di Aleppo. Solo i coscritti – che devono fare dai due ai tre anni di servizio militare – sono per lo più sunniti, ma sono strettamente controllati. La maggior parte dei piloti dell’aeronautica sono sunniti,  ma gli Alawiti controllano i reparti logistici, gli impianti di manutenzione e le telecomunicazioni, e potrebbero soffocare sul nascere qualsiasi tentativo di sabotaggio e/o rivolta delle forze aeree. Inoltre i servizi segreti dell’aeronautica, che hanno il compito di monitorare i piloti, sono dominati dagli Alawiti.
Il regime pare essere in una botte di ferro: solo perdendo il controllo delle forze armate – che conducono la repressione – gli Alawiti potrebbero cadere. Esiste pur sempre il rischio di lotte intestine: infatti i rivali del clan Assad potrebbero sfruttare la delicata situazione per effettuare un nuovo colpo di stato. I rischi sarebbero però troppi: se cadesse l’attuale regime, tutti gli Alawiti ne soffrirebbero, e il ricordo delle discriminazioni subite è ancora troppo fresco.
La posizione della comunità internazionale
A differenza del regime libico, immediatamente finito nell’occhio del ciclone, la Siria può ancora contare sull’appoggio – o per lo meno sulla ‘non ingerenza’ – degli attori regionali (Turchia, Israele, Arabia Saudita) e degli Stati Uniti, preoccupati delle conseguenze della caduta del regime alawita e del pericolo islamista in Siria. Il regime siriano ha molto più interesse a mantenere l’egemonia sul Libano piuttosto che a riprendere le ostilità con Israele, e sino ad oggi ha saputo contenere il radicalismo degli ayatollah iraniani e dei suoi diretti emissari (Hezbollah, Hamas, Jihad Islamico) se necessarionon a caso la seconda guerra del Libano è scoppiata dopo il ritiro della Siria dal Libano (2006).
Neppure  il partito islamista turco Giustizia e Sviluppo (AKP)del premier Tayyip Erdogan, che ha timidamente mostrato l’intenzione di prendere contatti con le opposizioni siriane – specialmente con i Fratelli Musulmani – ha interesse a vedere un cambio di regime che potrebbe rafforzare la minoranza curda e causare un’ondata di profughi verso la Turchia.
Infine gli USA e i suoi alleati della NATO, che già hanno truppe schierate in numerosi teatri di guerra (Afghanistan, Iraq e Libia) non hanno intenzione di lanciarsi in un nuovo conflitto mediorientale dall’esito quanto mai incerto.
In conclusione, il regime di Assad è tuttora in sella, il controllo alawita sull’esercito non ha subito contraccolpi, e il monopolio del partito Ba’ath sulla politica è rimasto intatto. Inoltre gli Alawiti, che meno di un secolo fa erano ancora considerati cittadini di serie B, faranno senz’altro in modo di sanare le divergenze interne per paura di perdere il potere. Che il regime siriano cada è perciò per ora ancora poco probabile: la spallata la potrebbe dare l’Iran, ma non pare che al momento abbia interesse a farlo.  
Davide Meinero Fondazione CDF